Nota di lettura a "Per far vivere altro cadiamo" di Marco Carretta
- Valentina Demuro
- 18 ott 2023
- Tempo di lettura: 3 min
Per far vivere altro cadiamo di Marco Carretta (Industria e Letteratura, 2023) racconta con la poesia storie di lavoro, storie di morte, storie di fatica.
Di grande effetto poetico è la presenza diffusa di elementi in antitesi che vanno dall’astratto al concreto, schierando da un lato i sentimenti (come la speranza, il sogno, la paura, la voglia e «l’idea del fare») e dall’altro le mani, le braccia, la macchina, i corpi senza vita, procedendo per contrasti sottili, piccole spie che alla fine della lettura sveleranno significati più complessi.
La prima parte ci parla dell’evoluzione in impresa di una realtà contadina del Veneto, nella quale il sogno si concretizza nella terra e lavorare è sinonimo di creare insieme «Forti aziende avevano forti pretese / e noi persone e bocche, quindi andare andare». Ma non senza difficoltà e privazioni, non senza incidenti («Urla, urla di disgrazia fredda / e il rosso delle colpe / su cingoli di gomma. Correre verso / due dita appena cadute»);
La seconda è dedicata alle morti sul lavoro che hanno funestato l’Italia nel 2021. Ogni poesia è una voce di cui si riconosce il volto che ha abitato i necrologi dei giornali (vittime del caporalato, della poca sicurezza, dello sforzo). La poesia qui è toccante e spietata, ci scopre ancora una volta impotenti («Quindi alzandoti / dopo aver chiesto acqua / vedevi il grande melo girare / e i tuoi rami così diversi / su questo campo di pomodori / ora sono le sacre radici del tuo sonno»).
Con le poesie finali, invece, l’autore mette a confronto voci di contadini legati a realtà diverse: chi si è piegato alla rassegnazione e al compromesso, chi ancora cerca nella terra l’autenticità, la semplicità del vivere.
L’insieme delle visioni restituisce quella che è forse la condizione di esistenza tesa alla multipolarità del contadino e, più in generale, del lavoratore di ieri e di oggi, sottomesso dalla macchina, messo in scacco dalle lusinghe dei beni materiali, da quel legame a doppio filo con le aziende – quasi di eco gramsciana – della necessità di stare concretamente nella società e allo stesso tempo di fuggirla, nel tentativo molto pasoliniano di recuperare e custodire la propria natura di essere umano e farla fiorire in un altrove primitivo. Muovendosi tra passato e presente, l’autore ci parla del figlio inascoltato di uno Stato che lo abbandona, costretto a rischiare la vita per la dignità di un lavoro che non è mai strumento per vivere ma scopo finale (come non pensare, ad esempio, alla storia dell’Ilva di Taranto, sempre tristemente e assurdamente attuale?). Questa raccolta diventa così la voce di chi non ha voce, assurgendo a ruolo civile sulla scia di molti grandi poeti (come dice Riccardo Frolloni nella prefazione) e ricordandoci quanta forza può avere la poesia, quanto umana deve essere. Viene spontaneo, infine, ricordare le parole di Enzo del Re che molto ci manca: «Lavorare con lentezza / senza fare alcuno sforzo / la salute non ha prezzo / quindi rallentare il ritmo»; «Adoro il lavoro ma detesto la fatica. La fatica che cos’è? La fatica è quel dolore fisico che si oppone alla continuazione del lavoro. Io per gli sfruttatori non voglio fare niente. Per la classe lavoratrice, alla quale mi onoro di appartenere, sono disposto a sacrificare la mia vita»

La loro eleganza
era voglia di battersi era fuoco delle terre.
Li invidiavo dalla mia bicicletta.
Era vita che alla tecnica tornava.
Molta parte del mattino
mi sfuggiva dietro a nomi nuovi
responsabili acronimi lingue dell’est.
Potevo sedermi ora sulle rive.
Quello che serviva era il fare
Forti aziende avevano forti pretese
e noi persone e bocche, quindi andare andare.
*
Anni 27, all’ora euro 6
gradi 40.
Sotto il sole tu chinato
calcoli il senso,
noi tutti ti guardiamo
alzare ogni pensiero.
Ti distacchi per vivere e raccogliere.
Pensavi alla vita mentre arrivavi?
Vita questa?
Braccia forte del Mali
inarrestabili vanghe economiche.
Grazie.
Quindi alzandoti
dopo aver chiesto acqua
vedevi il grande melo girare
e i tuoi rami così diversi
su questo campo di pomodori
ora sono le sacre radici del tuo sonno.
*
Andai
con il secondo gruppo
della notte,
recuperai la lampada ape
del piccolo per vedere
cosa fossero ora i filari.
Qualche ragazzo
del gruppo
conosciuto a voce
avrebbe sfogato
retrocessioni e matrimoni di quartiere
su ogni cosa si fosse mossa,
tanto insultavano in alto
da cader a volte per rabbia.
Era anche la mia occasione:
avrei restituito
il peso di esser confinante,
il disprezzo ai lati della bocca
degli uomini a maggese.

Marco Carretta nasce a Padova nel 1984. Arriva tra i finalisti dei premi Bologna in Lettere, Città di Como, Europa in versi. Sue poesie sono state pubblicate su Poesia Del Nostro Tempo, Inverso Poesia, Neutopia. Per far vivere altro cadiamo (Industria&Letteratura, 2023) viene pubblicato in quanto vincitore della prima edizione del Premio dello Spazio Letterario di Bologna.
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